L'odio online non è un fenomeno isolato, ma un riflesso di dinamiche sociali antiche che si manifestano in nuovi contesti digitali. La ministra diventa il bersaglio di un branco virtuale che si coagula e si disperde, senza memoria né colore politico. Questo branco si muove come una massa indeterminata, travolgendo chiunque diventi il simbolo del conflitto sociale del momento. La psicologa Joanna Almeida definisce questo fenomeno come "Transit Dogpile Group", dove l'aggressività si accumula e si trasferisce da una vittima all'altra.
Il simbolismo gioca un ruolo cruciale: le persone diventano bersagli non per chi sono, ma per ciò che rappresentano. Albert Bandura lo chiama "disimpegno morale", un meccanismo che permette agli individui di compiere atti atroci mantenendo una percezione di sé positiva. Questo disimpegno è amplificato dai social media, che non solo rendono visibile l'odio, ma lo incentivano attraverso algoritmi che premiano l'indignazione e la rabbia. Così, l'odio non solo si manifesta, ma si perpetua, alimentato da un sistema che capitalizza sulla visibilità delle emozioni negative.
I social media non creano odio, ma lo amplificano e lo rendono contagioso. La viralità delle emozioni negative è stata dimostrata da studi che evidenziano come la rabbia e l'indignazione si diffondano più rapidamente dell'empatia. Questo crea un ciclo di odio che non si spegne, ma si rigenera continuamente. La mancanza di spazi fisici per elaborare il conflitto sociale ha spostato queste dinamiche online, dove il sacrificio di un capro espiatorio diventa un rituale ricorrente. La vera sfida è trovare nuovi modi per elaborare il conflitto senza ricorrere a vittime sacrificali, per evitare di abbonarci alla violenza come soluzione.
In questa Puntata
"Perché l'odio online ci unisce più di quanto pensiamo? Scopri il meccanismo nascosto."