Sony ha annunciato che dal 2028 i nuovi giochi per PlayStation saranno disponibili solo in formato digitale, segnando la fine dell'era dei dischi fisici. La reazione sui social è stata immediata e sarcastica, con meme che ricordano il Walkman e l'era in cui possedere la musica era un simbolo di libertà. Tuttavia, dietro il sarcasmo si cela una realtà più inquietante: i contenuti digitali che acquistiamo non sono realmente nostri, ma concessi in licenza. Questo significa che, in qualsiasi momento, un'azienda può revocare l'accesso a film, giochi e musica senza preavviso, come già accaduto con la rimozione di 551 titoli dal PlayStation Store.
Il caso di Ubisoft, che ha spento i server di The Crew lasciando milioni di giocatori con un'icona inutile, evidenzia il problema della proprietà digitale. La questione ha portato a cause legali in Francia e California, dove i consumatori contestano la pratica ingannevole di vendere licenze come se fossero acquisti definitivi. La campagna europea "Stop Killing Games" ha raccolto oltre un milione di firme per chiedere che i giochi continuino a funzionare anche dopo la loro commercializzazione, ma la Commissione Europea ha risposto negativamente, proponendo solo un codice di condotta volontario.
Questa transizione dal possesso fisico al controllo digitale riflette un cambiamento più ampio nel potere e nella cultura. I media digitali, orientati allo spazio piuttosto che al tempo, favoriscono l'espansione e il controllo piuttosto che la continuità e la memoria. La scelta di abbandonare i dischi fisici per i giochi non è solo una questione di convenienza, ma una decisione che potrebbe compromettere la memoria culturale di una generazione, lasciandola nelle mani di poche aziende. La vera domanda è se siamo pronti a cedere la nostra autonomia culturale in cambio di un accesso temporaneo e condizionato ai contenuti.
In questa Puntata
Sony dice addio ai dischi fisici per PlayStation: stiamo davvero comprando i giochi o solo affittandoli?