Il 30 ottobre l'Assemblea Nazionale francese discute la legge di bilancio con 35 deputati presenti su 577. Un emendamento passa 11 a 10: una tassa di 5,5 centesimi su ogni gigabyte che entra in una casa francese, a carico di chi spedisce i dati, quindi Netflix, YouTube e i servizi di videogiochi. La "tassa sui produttori di dati digitali" porta la firma del socialista Laurent Lhardit ed era stata bocciata in commissione il 9 ottobre. Il meccanismo funziona così: gli operatori contano i gigabyte di ogni mittente e ogni tre mesi trasmettono il totale al fisco. Sui circa 200 miliardi di gigabyte annui diretti alle case francesi, metà inviati da cinque colossi, Lhardit stima un incasso di 10 miliardi di euro, con un tetto fissato al 15% del fatturato francese o al 2% di quello globale. Un film HD da 6 GB costerebbe 33 centesimi, un videogioco da 100 GB 5 euro. Secondo Télésatellite, una famiglia di quattro persone genererebbe 12 euro mensili di tassa per il solo Netflix e 30 euro per tutto lo streaming domestico. Il testo deve ancora superare il voto finale e il Senato, e potrebbe sparire con la fiducia. Il relatore Philippe Juvin teme che il costo venga scaricato a valle. Il ministro David Amiel osserva che misurare il traffico per mittente richiederebbe sensori sulla rete e che metà del gettito ricadrebbe sulle piattaforme più piccole, a partire da quelle francesi.
La Corea del Sud ha introdotto un meccanismo analogo nel 2016, con i proventi destinati agli operatori anziché allo Stato. Secondo il giurista Kyung Sin Park, nel 2021 il transito a Seul costava otto volte più che a Londra e dieci volte più che a Francoforte. Facebook ha spostato parte degli utenti coreani su server a Hong Kong e negli Stati Uniti, degradando il servizio per tutti, e ha vinto in tribunale contro la multa dell'autorità coreana. Twitch ha prima limitato lo streaming a 720p e nel 2024 ha lasciato il Paese, spiegando che lì la rete costava dieci volte più che altrove. Il conto l'hanno pagato le aziende locali. Secondo i dati di OpenNet Korea, nel 2017 AfreecaTV, seconda piattaforma di dirette dopo YouTube, versava per la rete l'equivalente del suo intero utile. Nel 2021 Watcha spendeva in connettività il 10% dei ricavi.
L'errore è di metodo e ha precedenti storici. Nel 1696 l'Inghilterra tassò le case in base alle finestre visibili dalla strada. Gli inglesi le murarono e costruirono abitazioni buie e malsane fino all'abolizione a metà Ottocento. È la legge di Goodhart, formulata nel 1975 e resa celebre da Marilyn Strathern nel 1997: quando una misura diventa un obiettivo, smette di essere una buona misura. Una tassa a peso tratta allo stesso modo un aggiornamento di sistema, una videochiamata col medico, una lezione di matematica e un film. L'incentivo più semplice diventa comprimere, togliere pixel e peggiorare la qualità, e l'emendamento presenta questo risultato come una virtù ecologica. Lo schema di Hirschman (uscita, voce, lealtà) mostra chi paga davvero. I giganti globali possono andarsene, comprimere meglio, girare il costo agli inserzionisti o alzare gli abbonamenti. Le piattaforme francesi, con tutti i clienti in Francia, possono solo pagare.
Poi c'è Washington. Nel 2019 la digital tax francese provocò l'annuncio di dazi americani, sospesi prima di scattare nel 2021. Ad agosto 2025 l'Unione Europea ha promesso agli Stati Uniti di non imporre alle piattaforme alcun pedaggio per l'uso delle reti degli operatori, e un prelievo da 10 miliardi gli somiglia molto. Il rischio è che la tassa muoia al Senato sotto la pressione dei colossi o finisca usata come merce di scambio sui dazi. Per colpire il valore bisogna tassare il valore, cioè i ricavi realizzati nel Paese, pubblicità compresa. Il fair share torna in Europa ogni pochi anni con un nome nuovo, e chi scrive le regole continua a ignorare la domanda decisiva: chi può andarsene? Chi può andarsene non paga, e il conto resta a chi non può.
In questa Puntata
Undici deputati su 577 votano una tassa sui gigabyte. Dovrebbe pagarla Netflix, ma chi la pagherà davvero?