Un sapore littorio aleggia attorno a La Molisana, una delle più note marche di pasta italiane, a causa di descrizioni online che celebrano formati di pasta con nomi legati all'epoca fascista. Tripoline, bengasine, abissine: nomi che evocano un passato coloniale e che generano polemiche non tanto per la loro esistenza, quanto per il modo in cui vengono raccontati. La responsabilità sembra essere stata scaricata sull'agenzia di comunicazione, ma la vera colpa risiede nella mancata supervisione da parte dell'azienda stessa.
Le scuse ufficiali, pur essendo un passo avanti, mancano di un elemento cruciale: l'assunzione di responsabilità. Il comunicato si limita a riconoscere l'offesa senza accettare il proprio errore, suggerendo invece un cambio di nome per evitare polemiche. Questo approccio viene criticato come un tentativo di revisionismo storico, più che una vera soluzione al problema. Cambiare il nome alla pasta non risolve la questione centrale, che è il modo in cui la storia viene raccontata e percepita.
Il dibattito si estende anche ai media, con articoli che minimizzano la questione e accusano gli utenti online di essere i veri colpevoli. Questo atteggiamento elitario alimenta ulteriormente la polarizzazione del pubblico, sottovalutando il disagio legato a una nostalgia per un passato controverso. La chiave per risolvere il problema non risiede nel cambiare i nomi, ma nel rivedere le narrazioni e le catene di controllo all'interno delle aziende, per evitare di alimentare involontariamente sentimenti nostalgici verso un'epoca che la società dovrebbe invece analizzare criticamente.
In questa Puntata
Pasta e fascismo: quando lo storytelling aziendale diventa un boomerang.