Il fenomeno delle virtual influencer sta rivoluzionando il mondo del marketing, e Rosy, creata dallo studio coreano Sidus Studio X, ne è un esempio lampante. Con oltre 65.000 follower su Instagram, Rosy ha già chiuso contratti per quasi un milione di euro con circa 100 investitori. Ma cosa rende Rosy così attraente per i brand? La sua capacità di essere "brand safe": non può invecchiare, non fa errori e non ha opinioni personali che potrebbero compromettere la reputazione di un marchio. In un mondo in cui l'immagine è tutto, Rosy rappresenta il sogno di ogni investitore pubblicitario.
Dietro l'apparente perfezione di Rosy, però, si nasconde una realtà più complessa e inquietante. La sua esistenza solleva interrogativi sulla deumanizzazione dei ruoli creativi e sull'importanza della presenza umana nel processo creativo. Mentre i marchi si affrettano ad abbracciare queste figure virtuali, ci si chiede se stiamo sacrificando la diversità e l'imperfezione umana per un ideale di perfezione programmata. La questione non è solo economica, ma anche etica: siamo pronti ad accettare un futuro in cui l'umanità è ridotta a semplici immagini animate senza anima?
In questo contesto, l'industria deve riflettere sul valore della dignità umana e su come integrare l'elemento umano nei processi creativi. La presenza di influencer virtuali come Rosy potrebbe segnare l'inizio di un'era in cui gli esseri umani diventano marginali. Tuttavia, la capacità di sbagliare, di avere opinioni e di mostrare difetti è ciò che ci rende unici e, forse, non dovremmo considerare questi aspetti come difetti da eliminare. La discussione è aperta: il futuro è davvero dei virtual influencer o dobbiamo ripensare il nostro approccio alla creatività e all'umanità?
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Rosy, l'influencer che non sbaglia mai: il futuro è virtuale o deumanizzante?