Lionel Messi, al culmine della sua carriera, solleva la Coppa del Mondo indossando una tunica tradizionale araba, il Bishta, donatagli dall'emiro del Qatar. Questo gesto, apparentemente innocuo, ha suscitato polemiche per il suo valore simbolico, trasformando un momento di gloria personale e nazionale in una mossa di propaganda. Il Qatar, attraverso questo semplice atto, ha cercato di legare indissolubilmente il suo nome a uno degli eventi più iconici dello sport, oscurando i colori dell'Argentina e gli sponsor come Adidas.
La controversia si inserisce nel contesto del cosiddetto "sport washing", una strategia di ripulitura dell'immagine attraverso eventi sportivi di rilievo. In un periodo di tensioni politiche internazionali e scandali di corruzione, il Qatar ha utilizzato il calcio, uno sport che unisce e ispira, per distogliere l'attenzione dalle critiche e migliorare la sua reputazione globale. Tuttavia, per molti, l'intrusione del paese ospitante nel momento di trionfo di Messi rappresenta un esempio lampante di come la politica possa insinuarsi nello sport, alterandone il significato e l'esperienza.
L'uso del Bishta su Messi durante la premiazione non solo ha oscurato i colori argentini, ma ha anche messo in ombra gli sponsor, che investono milioni per la visibilità in eventi di tale portata. Questa mossa, sebbene criticata per la sua mancanza di etica sportiva, è stata abilmente orchestrata dal Qatar, assicurandosi un posto nelle immagini storiche del calcio mondiale. Un'operazione di propaganda che, pur essendo discutibile, ha colpito nel segno, confermando la capacità del paese di manipolare la percezione pubblica attraverso lo sport.
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Messi e la tunica del Qatar: simbolo di sport washing o mossa geniale?