Il Dipartimento di Stato americano, sotto la guida del segretario Mark Rubio, ha decretato un cambiamento apparentemente banale ma profondamente simbolico: il ritorno al font Times New Roman, abbandonando il più moderno Calibri. Questa decisione va oltre la semplice scelta estetica, rappresentando una mossa politica per smantellare le iniziative di diversità e inclusione introdotte dal predecessore Anthony Blinken. Calibri, adottato per la sua leggibilità e accessibilità, soprattutto per chi ha disabilità visive, viene ora visto come un simbolo di un'ideologia da superare.
La scelta del font diventa così un campo di battaglia per una guerra culturale più ampia, dove la professionalità e il decoro sono contrapposti all'inclusività e all'accessibilità. Questo cambiamento, sebbene sembri una questione di stile, è un segnale di rottura con le politiche precedenti e un messaggio chiaro all'elettorato conservatore. La decisione ignora le evidenze tecniche a favore di un'ideologia, trasformando una questione di design in un'arma politica.
Questa mossa solleva preoccupazioni su come le decisioni tecnologiche e di design possano essere influenzate da affiliazioni politiche, minando l'idea di neutralità del servizio pubblico. La "guerra dei font" diventa un esempio di come la politica possa infiltrarsi in ogni aspetto della vita pubblica, anche quelli considerati puramente tecnici o estetici. Il dibattito su quale font utilizzare diventa così una riflessione più ampia sulla direzione della politica e sulla sua capacità di colonizzare ogni ambito della nostra esistenza.
In questa Puntata
La guerra dei font: quando la politica decide anche il carattere tipografico. È solo una questione di stile o c'è di più?