MBAPPÉ E LE SCUSE: dopo il "dittatore" a Mao, perché le scuse non funzionano... #1611

Ciao Internet su Ciao Internet con Matteo Flora del 30.10.2026

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In questa Puntata

Mbappé chiede scusa alla Cina senza dire per cosa. Risultato: scontenta Pechino e pure Washington.
"Durante una recente intervista ho reagito a un'immagine che mi ritraeva." Con questa frase si apre la lettera con cui Kylian Mbappé, capitano della Francia e attaccante del Real Madrid, chiede scusa alla Cina. Nei retroscena di un noto podcast francese, registrati in primavera e diffusi a fine ottobre, il calciatore indicava come meme preferito il fotomontaggio con la sua faccia sul corpo di Mao Zedong, definito "un tizio, credo un dittatore cinese". La reazione è stata durissima. Tre sponsor cinesi, Dongpeng, Mengniu e Milkground, hanno stracciato contratti per circa 50 milioni di yuan, tra i 6 e i 7 milioni di euro, con comunicati sospettosamente simili. La CCTV ha sospeso le partite della Liga e gli spot con il suo volto. Il ministero degli Esteri ha parlato di parole che "feriscono i sentimenti del popolo cinese", e la federazione calcistica ha preteso scuse formali da giocatore e club. A scusarsi sono stati la Liga, il podcast, poi Mbappé e infine il Real Madrid. Ironia della sorte: a settembre lo stesso Mbappé aveva rimproverato a certi meme una "mancanza di consapevolezza politica e umana".

La lettera, pubblicata su X come semplice foto in francese, cinese e inglese su carta intestata di Interconnected Ventures, la società di comunicazione fondata da lui e guidata dalla madre, è un campionario di errori. L'immagine "agisce" da sola e chi ha fatto la battuta sparisce: è la vecchia formula del "sono stati commessi errori", cioè mancanza di assunzione di responsabilità. La frase incriminata non viene mai citata e il nome di Mao non compare: è un riconoscimento vago, che riduce tutto a una parola "infelice", come chi rovescia il tavolo e chiede scusa alla tovaglia. "Porgo le mie scuse a chi è stato offeso" sposta il peso sulla reazione altrui: è una scusa mal centrata. "Non era mia intenzione" riporta al centro lui anziché le persone ferite, con un classico appello alle buone intenzioni. Lo studioso Zohar Kampf, analizzando centinaia di scuse pubbliche israeliane tra il 1997 e il 2005, ha individuato quattro tattiche per minimizzare la responsabilità. Qui se ne trovano due, ed è ciò che Kampf chiama "(non) scuse". Delle tre mosse di una scusa efficace (mi dispiace, è colpa mia, ecco come rimedierò) sopravvive solo il dispiacere, relegato in fondo.

La vaghezza ha però una ragione geopolitica. Come scriveva Walter Lippmann in *The Phantom Public*, il pubblico unico non esiste. Ogni scusa parla ad almeno quattro platee: amici, autorità, avversari e tutti gli altri. In Cina la TV di Stato chiede a Mbappé di "correggere l'errore fino in fondo" e sui social prevale l'accusa di scuse insincere dettate dai soldi. Negli Stati Uniti, la commissione speciale sulla Cina della Camera dei rappresentanti sostiene che non avrebbe dovuto scusarsi per aver chiamato Mao un dittatore. Restare sul vago per non scontentare nessuno finisce per confermare i sospetti di entrambi: è la scusa "doppiogiochista", con i piedi in due scarpe e calci da entrambe le parti. Qualcosa funziona comunque: la tempestività, la versione in cinese, la prima persona nella formula tipica delle scuse cinesi. Il 28 ottobre Pechino dichiara di prenderle sul serio, anche perché uno scontro diplomatico su un calciatore non conviene a nessuno.

Smentire era impossibile, con la clip ovunque. Tacere avrebbe danneggiato clienti (sponsor e Real Madrid) e compagni (Liga e tifosi cinesi), lasciando ai censori di Pechino la possibilità di chiudere il mercato a un'intera lega. La scusa giusta avrebbe nominato il fatto e il soggetto senza ritrattare alcun giudizio: "ho riso di un fotomontaggio sul corpo di Mao, per molti cinesi fondatore della Repubblica Popolare, è colpa mia, non dell'immagine". Avrebbe dovuto essere un video di quaranta secondi, con voce e volto, non un comunicato su carta intestata. I tentativi utili sono al massimo due, e Mbappé ne ha già bruciato uno. Davanti a qualsiasi scusa, di un calciatore, di un'azienda o di un ministro, bisogna cercare due cose: chi ha fatto che cosa. Se a fare tutto è un'immagine, una circostanza o un malinteso, quello che si ha in mano è un bollettino meteo, non una scusa.