Il progetto di ricerca Protect, sostenuto da Privacy International e pubblicato dall'associazione Hermes, getta luce sull'uso delle tecnologie biometriche alle frontiere italiane. I dati raccolti dai migranti vengono inseriti nel database AFIS, lo stesso utilizzato per i criminali, sollevando interrogativi sulla criminalizzazione implicita di chi cerca rifugio. Questa pratica, che include la raccolta di dati del volto e delle impronte digitali, pone questioni etiche e legali profonde, soprattutto quando si considera che le tecnologie di riconoscimento facciale, come il sistema SARI, sono ancora immature e soggette a errori.
Il tema della consapevolezza è cruciale: i migranti, spesso ignari, vengono privati della loro identità digitale senza adeguate spiegazioni o garanzie sui loro diritti. Questo solleva dubbi sulla trasparenza e sulla correttezza del processo, evidenziando la necessità di una maggiore sensibilizzazione e protezione per i soggetti più vulnerabili. L'Europa, mentre discute di moratorie sull'uso di queste tecnologie per i cittadini, continua a finanziare il loro impiego alle frontiere, creando un doppio standard preoccupante.
La recente approvazione di un emendamento che limita l'uso del riconoscimento facciale in Italia segna un passo avanti nella tutela dei diritti civili, ma il cammino è ancora lungo. La lezione del passato, come l'abbassamento della soglia dei diritti dopo l'11 settembre 2001, ci ricorda l'importanza di vigilare durante le emergenze per evitare che le eccezioni diventino la norma.
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Riconoscimento facciale e migranti: stiamo costruendo uno stato di sorveglianza?